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Casa Padre Angelo

Casa Padre Angelo

L’ESPERIENZA DI “CASA PADRE ANGELO” IN UGANDA
Curare mamme e bambini sieropositivi: anche in Africa si può!

Curare mamme e bambini sieropositivi in Africa è possibile, a volte anche con poche risorse. Ne sono convinti i volontari dell’Associazione Casa Padre Angelo: una casa di accoglienza che aiuta mamme e famiglie a vivere serenamente la gravidanza e l’infanzia. Dal 2002 nella Casa si curano l’Aids e la tubercolosi materno-infantili, anche in Uganda. Antonio Mazza, pediatra e presidente dell’Associazione dal 2005, ci racconta un’esperienza umana ricchissima.

Nella sua lunga esperienza di pediatra cosa ha imparato dai bambini?
Dai bambini sono molti gli insegnamenti che noi adulti possiamo/dobbiamo imparare.
L’autenticità con la quale esprimono se stessi e il mondo che li circonda sia con gesti che con parole è grande. Non ingannano né con le frasi né con i comportamenti. Molto spesso riescono a raccontare solo con lo sguardo la serenità di una vita felice o la tristezza di un’esistenza difficile. È necessaria da parte dell’adulto la costante volontà di sapersi mettere in ascolto per poter percepire anche le piccole sfumature del loro vivere. Hanno la capacità di superare difficoltà molto complesse solo se sentono di avere vicino persone che li sanno accogliere. Occupandomi di bambini con patologie infettive spesso trasmesse dalla madre durante la gravidanza, al momento del parto o con l’allattamento, ho visto di frequente che le problematiche sanitarie di questi bambini si confondono con quelle materne. Le loro madri possono essere a rischio sociale, di tossicodipendenza, di alcolismo, avere problemi psicologici o psichiatrici. Tale condizione nei primi mesi di vita può creare nel bambino difficoltà nell’attaccamento e può sentirsi rifiutato da chi gli ha dato la vita. In questi piccoli però emerge sempre la volontà di riconoscere alla madre un ruolo fondamentale anche quando a garanzia del loro futuro si devono fare scelte di allontanamento dalla famiglia. Nella malattia grave il bambino ha la capacità di riconoscere in chi lo cura, e a volte gli procura dolore con manovre invasive, la persona che comunque lo fa soffrire per il suo bene. Ricordo di un bambino che, in fase terminale per una grave malattia tumorale, al termine del trattamento chiedeva scusa per aver pianto durante la terapia.

Cosa le ha insegnato l’esperienza nel “Continente Nero” e cosa potrebbe insegnare ai giovani?
Bisogna togliersi l’abito del benefattore e si devono rispettare le persone. E’ indispensabile renderle fin da subito partecipi del loro cambiamento. Gli africani devono sentirsi a pieno titolo attori e non comparse, è indispensabile il rispetto dei diritti, non c’è chi dà e chi riceve, ma si realizzano le condizioni di uno scambio e un arricchimento reciproci. Noi dobbiamo ascoltare ed aiutare a realizzare progetti nel rispetto delle priorità che solo loro possono evidenziare. Dobbiamo cogliere le positività della povertà (mancano l’acqua e la corrente, ci si aiuta di più e ci si vuole più bene). Nella società del benessere ci sono meno occasioni di bisogno e di aiuto reciproci, quindi meno necessità di incontrare l’altro. L’Africa insegna poi il rispetto per le culture le tradizioni e le radici. Significativa, in proposito, è la “reverenza” per le persone anziane.

Ancora i bambini manifestano una particolare attenzione nel sapersi sostenere tra loro anche nelle situazioni di difficoltà fin dalla più tenera età. Il bambino di tre anni si sente responsabile del fratellino di due e lo sorveglia con estrema attenzione, cercando di proteggerlo da possibili rischi. Ma il popolo africano eccelle anche per la capacità di adattamento e per la voglia di riscatto sociale, di cambiamento culturale. E la donna africana ne è la vera protagonista, quando tenacemente giorno dopo giorno lavora e soffre per proteggere, difendere e migliorare la sua vita e quella dei suoi spesso numerosi figli. In Africa si impara anche a conoscere la pazienza di sapersi accettare, anche in stato di malattia e quando le possibilità di cura sono inadeguate si sanno ottimizzare le scarse risorse diagnostiche e terapeutiche, individuando le giuste priorità.

Racconti un episodio o una situazione che le è rimasta nel cuore.
Non è facile dare una priorità ai tanti ricordi legati a esperienze vissute sia in Uganda che in Togo, dopo 10 anni di progetti realizzati in quei paesi. Alcuni anni fa in un ambulatorio pediatrico di Lomè, la capitale del Togo, ricordo che veniva portato a visita un bambino di due anni con una grave malformazione alla colonna vertebrale. In Togo tale situazione era stata giudicata inoperabile e quindi si voleva provare a operare una volta in Italia. Un collega neurochirurgo dell’Università di Padova, il dottor Roberto Faggin, si è offerto fin da subito di intervenire sul bambino. In Trentino, dopo un articolo pubblicato sul quotidiano Il Trentino e una trasmissione radiofonica su Radio Trentino in Blu, sono stati raccolti circa 14.000 euro. Purtroppo in Togo, non essendo stata denunciata la nascita del bambino e della madre era impossibile pensare di avere passaporti per l’Italia. Il dottor Faggin si è reso disponibile a operare il piccolo nel suo Paese di origine e quando siamo arrivati a Lome, ci siamo trovati di fronte a una lista di circa dieci bambini da operare della stessa malformazione congenita o di altre malformazioni del sistema nervoso. Per tutta la settimana si è potuto intervenire su diversi casi prima giudicati inoperabili. Questa opportunità ha offerto ai medici africani di acquisire maggiori competenze. Si è creata così una collaborazione tra i neurochirurghi dell’ospedale di Lomè e il dottor Faggin, che è tornato altre volte in Togo per la sua attività di neurochirurgo e formatore.

Lei è presidente di “Casa Padre Angelo” dal 2005. Quale è il risultato che le ha dato maggiore soddisfazione fino ad ora e quale è il progetto di punta a cui sta lavorando?
Quanto raccontato si può considerare un buon risultato del nostro operare. Ridare la speranza di un futuro a chi per vari motivi l’ha persa, sia nelle nostre realtà che nei paesi lontani, credo sia il risultato più importante. Tra i vari progetti in via di realizzazione uno lo ritengo particolarmente importante e innovativo: creare una speciale sensibilità nel trattamento del dolore pediatrico. In alcune situazioni servono solo una particolare attenzione e pochi farmaci per eliminare il dolore procurato da determinate manovre diagnostiche e di terapia.  

Enrico Tozzi